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Ricordato il ritrovamento di viti
preistoriche e la produzione di vini "retici" in epoca romana nell'area attorno alla
colonia di Brixia, di una tradizione vinicola franciacortina si può autenticamente
parlare solo a partire dalla dominazione longobarda, intorno al 500 dopo Cristo, e
soprattutto all'inizio del nono secolo, grazie alle riforme in campo agricolo proposte
dall'imperatore Carlo Magno. L'affermarsi di una vera e propria tradizione vitivinicola
chiama però in causa, come già ricordato, le Corti monastiche, in gran parte monaci
cluniacensi, che oltre alla costruzione di splendide abbazie come quella di Rodengo si
dedicarono attivamente a dissodare e lavorare i fertili terreni, favorendo lo sviluppo
della viticoltura e svilupparono uno status di comunità indipendenti, ovvero "Francae
Curtes" esentate dal pagamento delle imposte sul commercio.
Lo storico Gabriele Archetti, nel suo ampio studio Tempus vindemie - per la storia delle
vigne e del vino nell'Europa medievale (Brescia 1998) - in un capitolo significativamente
intitolato "Una terra vocata: la Franciacorta" testimonia la diffusione della viticoltura
tra i secoli IX e XI ed evidenzia come già allora i vigneti fossero disposti sui fianchi
collinari meglio esposti, talora con terrazzamenti, in base ad una precisa valutazione
che riteneva tale ubicazione più indicata per la produzione di vini…"di qualità", più
strutturati e longevi e ricchi di carattere, rispetto ai vigneti di pianura. Grazie allo
stimolo dei monaci cluniacensi migliorarono notevolmente non solo le tecniche di
coltivazione delle vigne, ma i sistemi di lavorazione del vino, con la costruzione di
torchi più solidi e l'adozione, per la vinificazione ed il trasporto per la
commercializzazione, di botti di diverse dimensioni.
A quell'epoca la composizione ampelografica dei vigneti franciacortini era notevolmente
diversa dall'attuale e cambierà ancora, a fine Ottocento, quando il flagello della
fillossera si abbattè anche in zona, e anche se le varietà prevalenti erano Schiava,
Groppello, Nostrano, Malvasia, Moscatello e Vernaccia, e di Pinot (bianco o nero) e
Chardonnay non esisteva ancora traccia, iniziava a prendere piede una consuetudine che,
secoli dopo, farà la fortuna e l'immagine della Franciacorta, l'uso di produrre vini
"mordaci", frizzanti e rifermentati. Come ha scritto lo scrittore e giornalista
statunitense Burton Anderson nel suo volume Franciacorta - un territorio, un vino
(Milano, 1999), "le tecniche di produzione erano variabili e i risultati imprevedibili
dal momento che non erano stati messi a punto procedimenti affidabili di stabilizzazione.
I vini con un contenuto residuo di zuccheri e lieviti attivi tendevano a proseguire la
fermentazione. Perfino i vini secchi potevano andare incontro ad una fermentazione
secondaria o malolattica innescata dal caldo. Il fatto che un vino diventasse dolce o
secco, leggermente frizzante o completamente spumeggiante, dipendeva dal tempo, dalle
condizioni climatiche, dalle fasi della luna e anche dalla fortuna".
La tradizione di produrre vini con…bollicine però proseguì e anche se Andrea Bacci,
dando alle stampe nel 1596 la sua celeberrima De naturali vinum historia, dove lodava i
vini di Franciacorta ricordando che i paesi di Palazzolo ed Erbusco "abbondano in vini
assai generosi", non fa menzione dei vini "mordaci", alcuni decenni prima un agronomo,
Agostino Gallo, arrivò a parlare di un particolarissimo vino definito "cisiolo".
Un vino ottenuto dal mosto fiore d'uve nere, lasciato fermentare brevemente, conservato
in piccole botti custodite nelle cantine più fresche o addirittura in pozzi, per fare in
modo che il vino restasse frizzante per almeno un anno. E l'esempio di Gallo fu
prontamente seguito, nel 1570, dal medico Gerolamo Conforti, che nel suo Libellus de
vino mordaci descrisse caratteristiche, metodologia di produzione, valore terapeutico
dei vini giovani e frizzanti, dal gusto "piccante e mordace", prodotti in zona.
Con ciò non s'intende affermare che la Franciacorta abbia preceduto la Champagne e Dom
Pérignon, che ebbe la capacità e la fortuna di potersi avvalere di bottiglie e di tappi
atti a sopportare la pressione dei vini e di vitigni più adatti alla spumantizzazione,
ma semplicemente ricordare la popolarità e la diffusione dei "vini spumeggianti" in
Europa e quindi anche in Franciacorta prima del XVII secolo.
Questa tradizione ha acquistato forza e vigore, una dimensione ed un indirizzo moderni
ad inizio anni Sessanta, (quando già a fine Ottocento alcuni viticoltori avevano
introdotto il Cabernet franc e il Pinot nero) con i primi Pinot di Franciacorta
spumante, e quindi con l'avvio della Doc Franciacorta del luglio 1967 che inizialmente
interessava sia vini rossi che bianchi, tranquilli e spumanti, ma già nel 1983
contemplava le categorie Franciacorta Doc bianco (da uve Pinot bianco e/o Chardonnay) e
Franciacorta Doc Spumante (da uve Pinot bianco e/o Chardonnay, con percentuali di
Pinot grigio e Pinot nero sino al 15%). Con l'avvento della Docg del settembre 1995,
riservata al Franciacorta (mentre i vini tranquilli, bianchi e rossi, diventavano Terre
di Franciacorta Doc), la storia di questa zona vinicola, dove anche il Mosnel ha
recitato un ruolo importante, ha completato, per il momento, il suo secolare percorso.
E i "vini mordaci" passano idealmente il testimone alle bollicine nobili del Franciacorta Docg…

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